Processo a Viviani

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Processo a Viviani

Processo a Viviani

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Vicenda
Verso la seconda metà degli anni trenta lo strepitoso successo degli spettacoli della
compagnia Viviani cominciò a scemare. Siamo negli anni del regime rampante. Si è molto
parlato dell’avversione del regime fascista e della lotta al dialetto. In realtà il teatro di Viviani
basato spesso sulla realistica rappresentazione della miseria non era funzionale alla
propaganda di regime. Fu soprattutto il pubblico, composto di nuovi ricchi, desideroso di
grandeur e di rassicurazioni a decretare l’ostracismo per un teatro che metteva
scomodamente a nudo le realtà più drammatiche della convivenza umana.
Con queste premesse il nuovo pubblico borghese infastidito “ dagli stracci “ disertò le sale
dove recitava. Lo accusarono di portare in giro “ le vergogne d’Italia “ Viviani non faceva più
gli incassi di una volta e gli impresari lo relegarono sempre più in teatri periferici e secondari.
Insomma Viviani si trovò a dover lottare per non far scomparire il suo teatro che fin dal 1937
il fascismo, e per esso Nicola De Pirro, a capo della Direzione generale del teatro, aveva
deciso di squalificare culturalmente cominciando con l’escluderlo dalle piazze più importanti
e dai teatri più popolari. Di seguito il teatro dialettale viene escluso dagli aiuti statali.

Lo Spettacolo
Un immaginario processo a Raffaele Viviani mette a nudo la sua vita, il suo percorso. Il
drammaturgo deve difendersi dalle accuse rivolte dal giudice, reo di raccontare le miserie
discreditando le politiche di governo. L’arringa dell’autore attraverso aneddoti di vita,
confessioni e performance tratte dal suo repertorio a difesa della sua innocenza, mette a
nudo i diversi aspetti della sua eccentrica personalità. Soltanto il dopoguerra sentenziò
l’inizio del neorealismo, che vide in tal senso Viviani, precursore dei tempi. Ma fu troppo
tardi. L’autore fu costretto a sopravvivere facendo anche l’attore di compagnia. Quando
finalmente riuscì a tornare al “suo” teatro, si ammalò poco dopo e morì. Le voci del popolo
sentenziarono: “È muort’e collera”